Arezzo Festival 2008 - Gli ospiti

18 Giugno 2008, ore 19.00, Accademia dell'Arte, Villa Godiola, Arezzo

Anteprima internazionale: Mari o Pir

ovano

Mario Pirovano

Dal 1983 Mario Pirovano ha preso parte a tutti i lavori messi in scena da Dario Fo e Franca Rame come attore o assistente alla regia, direttore di scena, operatore alla traduzione simultanea.

Pirovano rappresenta tuttora i testi di Fo negli spazi piu' diversi: non solo nei teatri, ma anche in piazze, scuole, palestre, chiese, centri sociali, in Italia e all'estero. Dice Dario Fo: "Mario Pirovano è...

 Arezzo Festival 2008

18 Giugno 2008, ore 19.00, Accademia dell'Arte, Villa Godiola, Arezzo

Anteprima internazionale: Mario Pirovano

Mario Pirovano

Dal 1983 Mario Pirovano ha preso parte a tutti i lavori messi in scena da Dario Fo e Franca Rame come attore o assistente alla regia, direttore di scena, operatore alla traduzione simultanea. Pirovano rappresenta tuttora i testi di Fo negli spazi piu' diversi: non solo nei teatri, ma anche in piazze, scuole, palestre, chiese, centri sociali, in Italia e all'estero. Dice Dario Fo: "Mario Pirovano è un autodidatta di grandi qualità espressive. Per anni è stato ad ascoltare le mie esibizioni, ha seguito le lezioni e le dimostrazioni che davo ai giovani attori. Alla fine ha assimilato come un'idrovora tutti i trucchi e la "sapienza" del mestiere al punto da poter arrivare ad esibirsi da solo con grande successo. Personalmente ho assistito ad una sua esibizione nell’Università di Firenze, facoltà di lettere. L'ho trovato eccezionale. Soprattutto non mi faceva il verso, non mi imitava. Dimostrava una propria carica del tutto personale, una grinta di fabulatore di grande talento."

 

Since 1983 Mario Pirovano has taken part in all the works produced by Dario Fo and Franca Rame, either as an actor or as assistant producer, stage director or simultaneous translator. Pirovano still performs Fo's works in the most varied places, appearing not only in theatres, but also in squares, schools, gymnasiums, churches and social clubs in Italy and abroad. Says Dario Fo: “Mario Pirovano is a self-taught actor of great expressive quality. For years he came to listen to my performances and followed the lessons and demonstrations I gave to young actors. Eventually he had pumped me of all the tricks and ‘know-how’ of the trade to the extent that he was capable of performing alone with great success. I found him exceptional. Above all he didn’t take me off, he didn’t mimic me. And I can guarantee that you will be pleased.”

 

ASSAGGIO DI: LU SANTO JULLARE FRANCESCO di Dario Fo, in lingua inglese

Mario Pirovano, attento come sempre all'attualità ed ai suoi problemi, porta sulle scene il tema della pace e della guerra riproponendo l'opera di Dario Fo “Lu Santo Jullare Françesco”, in particolare il discorso di Francesco ai Bolognesi.
E' la famosa “concione” del 1222, ricostruita da Fo sulla base della tradizione popolare, delle cronache e delle testimonianze dirette: non una predica moralistica ma un'affabulazione ironica, poetica, a volte sarcastica a mo' dei giullari del tempo.
Era lo stesso Francesco, tanto diverso in realtà dall'immagine agiografica che ci è stata per secoli trasmessa, a definirsi “jullare di Dio”.
E questo proprio negli anni in cui l'Imperatore Federico II promulgava un editto contro i “Jugulatores” considerandoli buffoni osceni! Afferma Dario Fo: “Della giullarata Francesco conosceva la tecnica, il mestiere e le regole assolute. Sappiamo da un gran numero di storici che il santo “jullare” non teneva mai prediche secondo la convenzione ecclesiastica, anzi, rifiutava l'andamento del sermone; non ne seguiva i canoni, lo svolgimento e la catarsi morale a conclusione. Iniziava sempre con un ribaltone.” Sappiamo pure che cantava, recitava, si muoveva con tutto il corpo, braccia, gambe, piedi, suscitando divertimento ma anche commozione fra i presenti.
Il 15 agosto 1222 Francesco si trovava a Bologna, dove era stato invitato a tenere un'orazione sul tema che stava più a cuore in quel momento ai Bolognesi: la guerra, che di nuovo era esplosa contro gli Imolesi con il suo seguito di crudeltà, stragi e distruzione. Francesco sceglie di rivolgersi ai presenti con una “concione giullaresca”, una predica basata sull'ironia, che fa ricorso al particolare linguaggio dei giullari fatto di lombardo, siciliano, umbro e napoletano, inframmezzato da vocaboli latini, spagnoli e provenzali comprensibile in ogni dove.


TASTING OF: FRANCIS THE HOLY JESTER by Dario Fo, in English

Mario Pirovano, invariably attentive to present-day issues, brings to the stage the theme of peace and war, offering the play of Dario Fo, Francis the Holy Jester, and in particular the speech of St. Francis to the people of Bologna. 
It is the famous “harangue” of 1222, reconstructed by Dario Fo on the basis of popular tradition, of chronicles and direct testimony: not a moralistic sermon but an ironic, poetic and at times sarcastic narration in the style of the jesters of yore. It was Francis himself, so different in reality from the hagiographic picture that has been conveyed to us over the centuries, who defined himself as “God’s jester.” And this in the very years in which the Emperor Frederick II promulgated an edict against the “Jugulatores,” considering them to be obscene buffoons! Dario Fo states: “Francis knew the technique, trade and fundamental rules of buffoonery. We know from a great number of stories that the ‘holy jester’ never gave sermons according to ecclesiastic convention. On the contrary he refused to keep to the rules for the sermon; he did not follow the canons, the development and the moral catharsis at the end. He always started with telling a story using paradoxes.” We even know that he sang, recited, moved his entire body, his arms, legs, feet, causing amusement and also commotion among those present. On August 15, 1222, Francesco was in Bologna, where he was invited to make an oration on the theme closest to the hearts of the Bolognese at the time: war, which had again broken out against the people of Imola with all its accompanying cruelty, slaughter and destruction. Francis chose to address those present with a “jester’s harangue,” a sermon based on irony, in that particular jesters’ language made up of Lombard, Umbrian and Neapolitan, interspersed with bits of Latin, Spanish and Provençal comprehensible everywhere.
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