Marco Vichi

Arezzo ormai è la mia seconda città, magari prima o poi farò domanda per avere la nazionalità aretina. Ogni volta che ci torno sento di avere un'affinità particolare con questi luoghi. Soprattutto ha un fascino incredib ile la zona del Chianti, tra il Valdarno e il Senese, un contesto fuori dallo spazio e dal tempo. Il mio rapporto con Arezzo è iniziato diversi anni fa, quando un giorno ricevetti una telefonata da Federico Batini: mi chiedeva di sostituire uno scrittore influenzato per chiudere un ciclo di corsi di scrittura. Quelle lezioni erano per me le prime...

Intervista a Marco Vichi

Arezzo ormai è la mia seconda città, magari prima o poi farò domanda per avere la nazionalità aretina. Ogni volta che ci torno sento di avere un'affinità particolare con questi luoghi. Soprattutto ha un fascino incredibile la zona del Chianti, tra il Valdarno e il Senese, un contesto fuori dallo spazio e dal tempo. Il mio rapporto con Arezzo è iniziato diversi anni fa, quando un giorno ricevetti una telefonata da Federico Batini: mi chiedeva di sostituire uno scrittore influenzato per chiudere un ciclo di corsi di scrittura. Quelle lezioni erano per me le prime, anche se la settimana successiva "debuttavo" come docente all'università di Firenze con i laboratori per Media e Giornalismo, e l'occasione aretina poteva aiutarmi a rompere il ghiaccio con gli allievi e gli studenti (tra l'altro, due ragazze di quel corso le ho 
ritrovate a Roma a lavorare in case di produzione di cinema). Dopo il corso - a quei tempi Nausika aveva sede nella zona industriale di Arezzo- mi fermai con Batini a scambiare due parole, che poi diventarono quattro, otto, sedici, trentadue... Parlando ci eravamo incamminati e, dopo più di un'ora di chiacchiere, arrivammo nel magnifico centro storico della città, che ancora ricordo nelle luci della sera, poco dopo il tramonto. Da quella conversazione è nata poi una solida amicizia e una collaborazione che ha fatto nascere vari progetti. Grazie anche alla splendida passeggiata aretina. Raccontare storie è una delle più grandi passioni dell’uomo fin dai tempi antichissimi. Si può essere attirati dal “raccontare” per mille motivi, ma nel farlo si esplora inevitabilmente se stessi e il mondo: un vero allenamento dei sentimenti (com’è per la lettura, del resto).

Intervista a Marco Vichi

Questo vale per tutti, ma non tutti coloro che scrivono riescono ad “arrivare agli altri”, cioè a catturare il lettore per trascinarlo nel proprio mondo, a illuminare angoli oscuri o zone tralasciate dell’esistenza quotidiana… insomma a emozionare. Ma si può imparare a scrivere romanzi? Servono a qualcosa le scuole di scrittura? Sì e no. Se non si ha una innata attitudine a trasformare il proprio mondo interiore in parola scritta e non si sente di non poterne fare a meno, è inutile insistere. Se fosse possibile trasformare ogni calciatore in un campione, lo si farebbe. Dunque, come prima cosa ci vuole un po’ del cosiddetto “talento”. 

 

Ciò che può fare una scuola di scrittura è fungere da catalizzatore: cioè provocare l’accelerazione di un processo di maturazione critica per arrivare a essere spietati “lettori di se stessi”. E non è poco. Il confronto con gli altri “aspiranti” scrittori e con chi scrive da molti anni aiuta a mettere in luce gli errori più evidenti, per capirli e correggerli. Ma una scuola di scrittura deve anche tenere conto delle caratteristiche peculiari di ognuno, senza cercare (lo farebbe invano) di teorizzare regole ferree valide per tutti. Non esistono leggi assolute. Uno scrittore di cui non ricordo il nome, diceva: “Esistono tre regole fondamentali per scrivere un buon romanzo… ma nessuno sa quali siano.” Per fortuna la letteratura non ha confini: è libera di rompere ogni barriera, di scoprire territori nuovi. Tornando alle scuole di scrittura, possiamo dire che sono delle palestre per allenare i muscoli della scrittura. Nessuno si meraviglia se per correre i centro metri serve un lungo allenamento e per saper suonare di pianoforte ci vogliono dieci anni di studio, ma spesso non di pensa la stessa cosa per la scrittura. Aver imparato a scrivere alle elementari è l’unico vero strumento a disposizione degli scrittori, al pari di un pianoforte piazzato in salotto, che se non lo si sa suonare resta un bel mobile e niente più. Dunque: talento e allenamento. Scrivere, rileggersi, correggere sono la palestra dello scrittore.

Marco Vichi (La Nazione di Arezzo il 29 ottobre 2008) 

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